«Mi fidi?» chiedo, in piedi davanti al mio appartamento.
«Sì, mi fido», dici, guardandomi nella luce fioca del corridoio. I tuoi occhi verdi mi guardano brevemente, prima di abbassarsi sulla sciarpa nera nella mia mano.
«Bene.» Ti giro, ti metto la benda sugli occhi e la lego dietro la testa. Lanci un sospiro profondo, come se stessi per buttarti da una scogliera in acque sconosciute sottostanti e stai raccogliendo tutto il coraggio che hai. Notando il tuo corpo teso, mi avvicino, premo il mio corpo contro il tuo e faccio scivolare lentamente le mani lungo le tue braccia prima di afferrare la maniglia della porta. La sensazione del mio corpo premuto contro di te, una mano sul tuo fianco, sembra rilassarti un po’. Apro la porta e ti spingo dolcemente dentro. Il pavimento di legno scricchiola sotto i nostri passi mentre ti guido al centro del mio soggiorno.
Lì, sotto le luci del lampadario d’argento, ti lascio andare. Sentendo sparire il mio contatto fisico, giri la testa come per guardare oltre la spalla verso di me. Ma puoi solo indovinare dove sono, perché i tuoi occhi sono coperti dalla benda. Lentamente mi muovo intorno a te e mi piazzo davanti, a malapena tre piedi di distanza; incrocio le braccia e osservo, studio, la ragazza che sta davanti a me.
Indossi un abito da cocktail nero che aderisce stretto al tuo corpo snello. I tuoi capelli biondo platino cadono in onde sulle spalle nude. Le tue labbra rosa, coperte da un sottile strato di gloss, brillano sotto le luci. E i tuoi seni sodi, nascosti solo dal vestito sottile, si alzano e abbassano con il tuo respiro, più veloce del solito. La mancanza di movimento e contatto fisico ti rende più nervosa di quanto già non sia. Involontariamente alzi la mano destra, le unghie che grattano un prurito immaginario sulla guancia pallida come se stessi pensando di togliere la benda e porre fine a questo piccolo gioco.
Sono sicuro che sei vicina a togliere la benda. La sensazione di non essere in controllo, di non poter vedere cosa sta per succedere, è qualcosa di sconosciuto per te e ti fa sentire tutt’altro che a tuo agio. La bellissima giovane donna sui vent’anni che sei sa fin troppo bene come usare la tua bellezza a tuo vantaggio. E, anche se a volte non sembra, sei sempre in controllo. Ma hai fantasticato di perdere completamente quel controllo. E ora, nel tuo giorno di compleanno, sei in piedi davanti a me, bendata, senza sapere cosa succederà.
Mi avvicino a te, colmo la distanza tra noi, e mi inginocchio in silenzio. Partendo dal tuo ginocchio, inizio a baciare lungo la tua gamba sinistra, piccoli baci umidi. Senti e percepisci che mi sto avvicinando, ma le mie labbra sulla tua gamba ti fanno rabbrividire piano per la sorpresa. Mentre salgo lungo la tua coscia sinistra, apri le gambe più larghe per darmi un accesso migliore. Arrotolo il tuo vestito sopra i fianchi, esponendo le mutandine nere minuscole alla luce della stanza. Una piccola macchia umida si è formata nelle mutandine, indicando la tua crescente eccitazione. Proprio quando le mie labbra sono vicine a quella macchia umida, mi tiro indietro, infilo le dita nell’elastico minuscolo delle mutandine e le tiro giù fino a terra. Lanci un gemito deluso, ma un momento dopo premo le labbra sulla tua coscia destra. Questa volta lasciando una traccia umida mentre lecco lentamente verso l’alto. Posso vedere che le tue labbra della figa sono già umide mentre mi avvicino sempre di più al tuo cavallo. Proprio quando raggiungo l’inguine e inizi a spingere i fianchi leggermente in avanti, anticipando, semi aspettandoti di sentire la mia lingua sulla tua figa, mi tiro indietro. Gemi di nuovo, leggermente frustrata.
Mi alzo e ti guardo. Ti vedo morderti il labbro inferiore, in attesa della mia prossima mossa, del mio prossimo tocco. Non ti faccio aspettare a lungo mentre allungo le mani, prendo le spalline del vestito e le faccio scivolare lungo le spalle. Il tessuto cade rivelando i tuoi seni sodi, un bocciolo rosa scuro eretto su ognuno. Mi piego verso un capezzolo, lo prendo in bocca e lo inumidisco. Succhiandolo dolcemente, prima di lasciar scivolare il capezzolo fuori dalla bocca e soffiandoci sopra aria calda del mio respiro. Passo all’altro capezzolo, lo inumidisco e ci soffio sopra. Il tuo corpo rabbrividisce in reazione.
Mi sposto di lato, accanto a te, tiro il vestito sui fianchi e lo lascio cadere sul pavimento.
«Metti le mani dietro la schiena.»
Esiti per un secondo, come per pensare, poi obbedisci. Vado a un armadio e apro un cassetto. Dal cassetto prendo una corda bianca sottile e torno da te. Un’espressione leggermente preoccupata è visibile sul tuo viso perché hai sentito aprirsi un cassetto, ma non hai idea di cosa ho preso. Poi, sentendomi legare la corda intorno ai tuoi polsi incrociati, lo capisci. Ti sto legando. Il tuo cuore inizia a battere più forte al pensiero mentre lego i tuoi polsi insieme, fermamente. Senti altra corda avvolta intorno alle braccia appena sopra i gomiti. In questo modo ora puoi muovere a malapena le braccia.
«Sta bene così», dico approvando mentre osservo il mio lavoro artigianale.
Di nuovo vado all’armadio e senti che frugo nel cassetto. E di nuovo indovini cosa sto prendendo.
«Mettiti in ginocchio ora», ordino, tornando da te.
In piedi accanto a te vedo che scendi esitante in ginocchio, leggermente sorpresa dal mio tono esigente.
«Va tutto bene. Non ti farò male», ti consolo.
«Troppo», aggiungo con un ghigno.
«Ora, voglio che inarchi la schiena, ti pieghi in avanti così che il tuo culo sporga. E quando senti la mia mano colpire il tuo sedere, voglio che conti ogni colpo chiaramente. Capito?»
Annuisci con la testa.
«Capito?» chiedo di nuovo, la mia mano che trova la tua natica sinistra e la colpisce forte.
«Ahi, sì capito. Uno.»
«Bene», dico, oscillando il braccio un’altra volta e con un forte schiaffo entra in contatto con la tua natica destra.
«Ahi. Due», rispondi, mentre appare un’impronta di mano sul tuo culo.
Di nuovo e di nuovo faccio oscillare il braccio, uno sulla natica sinistra e uno sulla destra.
«Tre, quattro», dici, quasi gemendo mentre il bagliore rosso che ha iniziato a irradiarsi dal tuo culo raggiunge il tuo cavallo.
Improvvisamente senti un clic e un ronzio e realizzi cos’altro ho preso dal cassetto. Senti il vibratore scivolare tra le tue natiche, lentamente verso il basso. Ti stuzzico fermandomi al tuo buco posteriore e premendo un po’ di più, facendoti sentire la vibrazione sul culo, ma il tuo muscolo non cede e la tua porta sul retro resta chiusa, per ora. Poi il vibratore va più in basso, sulle tue labbra della figa, già scivolose dei tuoi umori. Raggiungendo il clitoride, ancora nascosto sotto il tuo cappuccio carnoso, premo il vibratore su di esso.
Schiaffo . La mia mano colpisce di nuovo il tuo culo.
«Cinque», gemi, la sensazione del vibratore che increspa attraverso il tuo clitoride. Avevi desiderato una qualche forma di stimolazione tutto questo tempo e ora finalmente la ricevi. Muovi il culo e strofini il clitoride sul vibratore, godendo del piacere che porta. Il formicolio nel tuo cavallo si gonfia in intensità, diffondendosi nel tuo corpo come un incendio selvaggio.
«Oooooh sì, così buono», gemi, seduta instabile sulle gambe mentre il tuo orgasmo si avvicina velocemente, come una tempesta improvvisa in un giorno soleggiato tranquillo. I tuoi fianchi iniziano a muoversi in modo incontrollabile, più vicini al picco da cui vuoi scivolare giù.
Schiaffo . La sensazione sparisce e viene sostituita da un pungente dolore che ti riporta alla realtà mentre il vibratore viene rimosso.
«Sei», quasi urli frustrata.
Schiaffo .
«Sette.»
Slaccio i pantaloni e li tiro giù, liberando il mio cazzo duro dalle sue costrizioni. A malapena in grado di controllarmi, posiziono il mio cazzo all’ingresso della tua figa, pronto a balzare. Ma invece scivolo solo un po’ dentro, sentendo il calore umido della tua figa avvolgere la cappella del mio asta. Gemo, lottando contro l’istinto di sbattere il cazzo duro e profondo dentro di te. Mi tiro fuori e dentro di nuovo, solo la cappella. Gemi e muovi i fianchi, volendo di più.
Schiaffo, schiaffo.
«Otto, nove, oooh, per favore più profondo.»
Mi tiro fuori di nuovo, l’aria del soggiorno ora fredda intorno alla cappella del mio cazzo, poi scivolo di nuovo nel calore della tua figa bagnata. Scivola dentro e fuori così liscio, così facile, dentro e fuori, dentro e fuori. Il tuo gemito si trasforma in grugniti.