Luce. Non luce solare. Vividi colori neon che pulsano, martellano, si frammentano e si rompono, ogni colore, mescolandosi follemente, fluttuando via, a volte a velocità impossibili prima di fermarsi di colpo.
«Dove?»
Libri svolazzavano via, pagine si aprivano come farfalle, parole si alzavano come api, ronzando intorno alla sua testa, lettere che giravano, incidendo solchi nella sua carne, incastrandosi nella sua pelle, alcune con volti, urlando oscenità, avvertendola di togliersi di mezzo, di sbrigarsi, che Dio stava arrivando, o era arrivato, o era lì, o era morto, o non era mai esistito, fissandosi su di lei fino a farla diventare una tela tatuata.
Il tempo passava, sfrecciando poi rallentando fino a strisciare. Tracciava le parole con le dita, recitandole, rabbrividendo al suo stesso tocco, il polso che accelerava mentre accarezzava i suoi seni, i capezzoli che si ergevano, gonfi di sangue, abbandonandosi a se stessa, dita che danzavano sulla sua morbida pancia, stuzzicando il clitoride dal suo nascondiglio, accarezzando la sua figa gonfia, le dita che si insinuavano tra le labbra, cercando le sue profondità, fragranti dell’odore di desiderio e lussuria. Il suo corpo si contorceva finché non poté far scorrere le dita sulla sua stessa spina dorsale, affondare la sua lingua nella sua fica, spingere le dita in un posto che non aveva mai osato considerare prima, gridando di passione il suo corpo si irrigidiva in estasi di nuovo e di nuovo, domani e il domani dopo, le parole sulla sua tela carnosa che si tendevano e si spostavano, le loro voci che si alzavano come armonie aliene, aggrappandosi a lei come una seconda pelle.
«Qui, Lucy, allunga solo la mano.»
«Non ti vedo!»
Una voce, una che avrebbe dovuto riconoscere, un ricordo di estate e fragole e temporali, ma le parole non si lasciavano sopraffare, le loro voci che si alzavano in un fracasso.
Una cacofonia di suoni colorati brulicava intorno a lei, ma ancora quella voce chiamava, lottava attraverso, una linea vitale da un ricordo dimenticato.
«Qui!»
E improvvisamente, aveva un nome, questo faro di speranza, ancorandola anche mentre si disfaceva.
«Alice!»
«Ti amo!»
La calma folle la riempì, calmando lei, sogni della morte più piccola, cuore che batteva, polso che correva, lottando per respirare mentre i suoi gemiti la squarciavano, e un orgasmo infinito che la dilaniava finché si frammentava di nuovo e di nuovo e di nuovo, lasciandola con nient’altro che il piacere più bello immaginabile.
o-O-o
Osservava dalle siepi, assorbendo ogni dettaglio con occhi di vetro colorato; il prato a scacchiera, la topiaria contorta, i nastri colorati che pendevano da gatti palloncino mentre fluttuavano in un giorno senza brezza, contenti di sonnecchiare svogliatamente sopra il parco silenzioso.
Con un battito delle sue sfere frantumate memorizzò il momento prima di rivolgere l’attenzione alla piccola folla che si radunava sulla riva dello stagno proprio dietro di lei. Figli di pasticceri e pompieri. Macellai e panettieri e fabbricanti di candele. Marinai e boscaioli e stallieri, nessuno dei quali sapeva cosa significasse essere invisibili. Erano fatti di risate e non gravati dalla conoscenza di ciò che giaceva oltre i confini del parco a scacchiera.
C’era una volta era fatta di sorrisi e ignoranza, ma quello era stato quando lo specchio si era frantumato in mille pezzi in una notte fatale, il suo lieto fine che le scivolava tra le dita come raggi di sole attraverso la polvere.
«Riscriverò la storia.»
Il suo sussurro era feroce, i suoi occhi fissi sul prato mentre segnalava alle tartarughe finte che rispondevano liberando un vento invernale amaro sulla radura che mandò i gatti a rotolare per l’aria, i loro proprietari che li inseguivano in preda al panico. Con un bacio soffiato ai suoi amici con il guscio scivolò fuori dalla siepe e sul grande scacchiere, calpestando con cura il quadrato normalmente occupato dalla Regina e scomparendo dalla vista, pagine che svolazzavano come mille e una farfalle nel suo seguito.
o-O-o
Rabbrividendo, sollevò il grande peso della sua testa e fissò la cella scarsamente illuminata. L’aria odorava di fumo amaro e pietra umida e sudore. Inspirò tutto, deliziata dal profumo inconfondibile di sesso nascosto appena sotto.
«Dove sono ora?»
Rimase immobile, non riluttante a muoversi, ma incapace, il freddo del metallo che racchiudeva i suoi polsi e caviglie, aderendo al suo viso come una seconda pelle. Trovò un nome per loro; catene, qualcosa che aveva sentito tanto, tanto tempo fa in un’altra vita.
In lontananza sentì una porta aprirsi, cardini poco oliati che stridevano piano, seguiti da passi e una voce liscia, poi l’eco della porta che sbatteva, sigillando tutto all’interno di ciò che sembrava una prigione. Certamente, la sua piccola stanza era una cella. Il muro davanti a lei era fatto di sbarre d’acciaio, gli altri, inclusa quella per cui doveva torcersi per vederla, erano granito grezzamente scolpito. Sopra di lei, anelli di ferro erano incastonati nella pietra. Pendeva da uno, catene pesanti attaccate al bracciale chiuso al polso, le braccia alzate dritte sopra la testa, le caviglie attaccate a anelli simili fissati al pavimento che forzavano le sue cosce leggermente aperte.
«Oh oh! Sembra che la mia adorabile prigioniera si sia svegliata dal suo sonno.»
Fissò attraverso le sbarre, la sua vista aiutata da una torcia nel corridoio oltre, a una coppia di uomini, il suo sguardo prima su uno che era bello. Era avvenente in modo leggermente androgino; vestito di seta, pizzo alla gola e ai polsi, il panciotto abbottonato su un petto snello e una vita stretta. Era rasato e i suoi fini capelli d’oro erano raccolti in una coda. Occhi azzurri brillanti scintillavano sotto ciglia fini.
L’altro era a torso nudo, il suo torso muscoloso lucido di sudore, la sua pelle scura, e la testa priva di capelli. Le sorrise, i suoi occhi pieni di desideri mentre il suo sguardo viaggiava dal suo viso ai suoi seni nudi e poi alla sua fica nuda. Arrossendo, girò la testa da lui, le sue parole un mormorio sommesso.
«Dove sono?»
«Tsk, tsk, mia dolce. Non spetta a te fare domande, solo rispondere.»
La sua voce era morbida e sensuale, quasi una carezza, e mandò brividi su e giù per la sua spina dorsale. Emise un sospiro, tirando inutilmente le catene, molto al suo divertimento, compiaciuto in silenzio, il suo sguardo fisso sui suoi occhi azzurri in qualche modo familiari.
«Non vai da nessuna parte finché non ti libero.»
«Chi sei?»
«Oh, mi stuzzichi! Sono ferito.»
Non le diede altra risposta. Invece tirò fuori una chiave e aprì il lucchetto della porta della cella, entrando prima di chiuderla con cura dietro di sé, producendo rapidamente un’altra chiave più delicata d’argento.
«Questa è la chiave delle tue catene che, ti assicuro, non verranno tolte a breve.»
«Cosa intendi fare di me?»
La sua risata risuonò nella cella come una campana.
«Fare? Oh, caro Dio in cielo. Sei un delizia. Ecco che pendì, alla nostra mercé, priva di ogni modestia, e ti chiedi cosa intendiamo fare di te?»
La paura le riempì il ventre mentre la sua immaginazione galoppava. Paura, e qualcos’altro, qualcosa che la colse completamente di sorpresa. Desiderio.
«Mostraglielo, Francois.»
Guardò affascinata mentre la bestia mezza nuda estrasse una maschera finemente lavorata apparentemente fatta di metallo nero.
«Per te, mia cara, per preservare la tua modestia, se non la tua virtù. L’ho fatta forgiare in ferro. Un’opera notevole. Peccato che non potrai godertela quanto me.»
La tenne fuori perché potesse guardarla da vicino, notando con cura due piccoli fori per le narici, e la metà inferiore scolpita mancante in modo che la sua bocca fosse esposta. Tuttavia, non c’era altra apertura. Chiunque indossasse la maschera sarebbe stato cieco.
«Una volta messa, solo io potrò toglierla, mia bestiolina. Ricordalo bene. Solo io ho la chiave della tua libertà.»
o-O-o
All’inizio aveva contato i giorni. Poi, quando erano troppi, le settimane. Dopo divennero mesi finché alla fine rinunciò. Non era una brutta vita, dovette ammettere con se stessa. Era ben nutrita e curata, non dissimile da un gatto favorito. I suoi pasti erano sempre consegnati a mano, e sempre dal affascinante e, come ricordava, molto bel Comte d’Artagan. Una gabbia, però, per quanto comoda, era sempre una gabbia, e così passava le sue notti, in quella che aveva dedotto essere una gabbia per uccelli sospesa dal soffitto di una delle sue stanze più private, permettendogli di mostrarla quando voleva.
Paura e rabbia si trasformarono in rassegnazione, che a sua volta divenne ribellione e poi noia. Si abituò a essere cieca, a fare passeggiate in giardino, la sua mano l’unica guida, memorizzando i terreni finché non poté camminare sui sentieri da sola se necessario. Col tempo, divenne affezionata a lui, aspettando con impazienza la sua compagnia. Era un viaggiatore e istruito. Il suo ingegno era rapido, e sia intelligente che divertente. La trattava bene, sebbene, più di una volta, si fosse chiesta perché non l’avesse mai toccata. Dopotutto, era al suo potere. Sembrava compiacersi nel vederla nuda, un fatto che commentava ad ogni opportunità, e non le era mai permesso indossare altro che la maschera e due paia di catene d’argento su misura.
«Sei gay, Comte D’Artagan?» gli aveva chiesto una volta dopo averlo ascoltato suonare il clavicembalo per lei.
«Certo, tesoro! Come potrei non esserlo con una compagnia così deliziosa al mio fianco?»
«Voglio dire, preferisci… gli uomini?»
«Ah, sono omosessuale.»
Fece una lunga pausa, come se stesse ponderando l’idea, prima di risponderle.
«Ti chiedi perché non ti ho scopato, tesoro.»
Annuì, la testa girando lentamente, concentrandosi sul suono dei suoi stivali mentre girava intorno alla sua gabbia appesa.
«Forse aspetto il momento giusto. Non sono, qualunque cosa tu possa pensare di me, abituato a stuprare giovani vergini, nemmeno quelle belle e disponibili come te. Se ti chiedessi di fare l’amore con me, cosa risponderesti?»
Era il suo turno di pausare, i suoi pensieri lontani, parole lontane, non dimenticate, ma certamente meno fresche, le vennero in mente.